La piola fantasma a Borgo Dora – Torino Ghost Club

Era una domenica d’autunno e a casa Jacobellis  la famiglia terminò il pranzo. La nonna in tavola aveva servito il salame al tonno e i tomini con la salsa verde, di primo gli agnolotti con il sugo d’arrosto, di secondo le scaloppine con i funghi e poi il vassoio con i dolci comprati dal nipote in una pasticceria del centro di Torino. Non era stato un pasto leggero ma, chi se ne è importa, era giorno di festa e si mangiava.

Dopo pranzo arrivò il momento tanto atteso dal nipote Ludovico : le storie del nonno.

«Sono passati più di vent’anni da quella domenica ma ricordo tutto come se fosse uno di quei sogni che non vogliono svanire dalla memoria».

Ludovico si sedette accanto al nonno per ascoltare meglio provando un misto di paura e divertimento che gli faceva sentire uno strano formicolio in tutto il corpo.

«Qualche anno fa era un periodo in cui tua nonna era molto stanca. Per pranzo, decisi di portarla fuori. Soli io e lei, come quando eravamo fidanzati. Da Porta Palazzo ci siamo incamminati per le strade di Borgo Dora con l’intenzione di fermarci a mangiare in un ristorantino dove andavamo da giovani. Non sapevamo se quella piola fosse ancora aperta, di anni ne erano passati, ma ancora ci ricordavamo le acciughe con il burro e il bagnetto verde, l’insalata russa e un brasato che si scioglieva in bocca».

Nel frattempo la signora Lina, la nonna, fece capolino dalla cucina e con aria divertita fissò suo marito. In quello sguardo era sottintesa la preghiera di non raccontare tutto perché, quella storia, aveva dei risvolti che avrebbero potuto spaventare Ludovico. Il nonno però, quella domenica era intenzionato a raccontare tutto tanto, il loro nipotino, andava ormai per i quattordici anni.

«Era un giorno della settimana qualsiasi, se non ricordo male martedì. A Torino c’era il nebbione, erano anni che non ne vedevamo così. E poi l’aria era impregnata da un freddo umido che ti entrava dentro le ossa. Io e tua nonna, passando dal mercato di Porta Palazzo, ci addentrammo per le strade di Porta Dora alla ricerca di quella piola. Non si vedeva a due metri di distanza, neanche a piedi. Le persone sembravano fantasmi. Alcuni di loro avevano l’aria smarrita, altri parevano come persi. Nonostante la nebbia Torino era meravigliosa, tirava fuori la sua essenza, il suo lato più intimo e nascosto. Camminavamo ormai da mezz’ora ma di quella trattoria nemmeno l’ombra. Io ero convinto che si trovasse in una piccola via vicino al Cottolengo. Tua nonna diceva che mi sbagliavo, lei se la ricordava quasi in prossimità della Dora. Alla fine vinse tua nonna, tanto per cambiare».

Intanto in casa Iacobellis, mentre i genitori di Ludovico erano usciti per fare due passi dopo pranzo, Lina continuava, dalla cucina dove stava sistemando le stoviglie, ad ascoltare il racconto del marito.

«La nebbia vicino al fiume sembrava essere ancora più fitta. Ad un certo punto, senza quasi farci caso, ci trovammo davanti all’ingresso della piola. Era esattamente come quando andavamo a mangiare da giovani: una porta di ingresso in ferro con il vetro abbellito da una tendina ricamata a mano, due vetrine ai lati della porta con, in bella mostra, alcune bottiglie di vino, le torte e il menu. Aprii la porta e feci strada alla nonna. Anche dentro le cose non erano cambiate: tavoli rustici in legno come le sedie, il bancone della mescita con le bottiglie di vino, gli amari e una enorme damigiana, le credenze, sempre in legno con su i piatti, i bicchieri e le posate e qualche quadro appeso alle pareti ma senza troppe pretese. Alcune persone erano sedute; stavano mangiando e bevendo in silenzio, la giornata di nebbia doveva aver influito sul loro umore visto che sembravano tutti tristi. Feci accomodare la nonna ad un tavolo da due lungo la parete. Entrambe ricordavamo ancora il proprietario, un signore affabile, alto e magro con i baffi lunghi arricciati che vestiva sempre con la camicia bianca e un grembiule da oste. Parlava solo in piemontese. Probabilmente quel signore se ne era già andato in pensione ma visto che, tutto sembrava essere rimasto come un tempo, ci aspettavamo di vederlo comparire da un momento all’altro. Ma così non fu».

«Era morto?» chiese Ludovico.

Il nonno sospirò.

«Lì dentro erano tutti morti»

«Cosa vuol dire nonno?»

«Vuol dire che quella trattoria non esisteva più»

«Scusa nonno – replicò il nipote – ma se hai appena detto che la nonna e tu eravate entrati e vi siete seduti a un tavolo come faceva a non esistere?».

Lina uscì dalla cucina, guardò suo marito scuotendo la testa, poi si rivolse a suo nipote e disse «Ludovico, non dare retta al nonno. Prendila come una storia, niente di più»

Il nonno scosse la testa e proseguì

«Ad un certo punto l’oste arrivò. Con nostra grande meraviglia non solo era vestito esattamente come lo ricordavamo ma era rimasto uguale, sembrava non fosse invecchiato. Lo salutammo, io gli spiegai che eravamo tornati in quel locale per ricordare i vecchi tempi andati e mangiare come una volta. Poi ordinammo i nostri piatti preferiti».

«E quel signora cosa disse?»

«Niente, rimase in silenzio, non sorrise nemmeno. Prese solo le ordinazioni ed entrò in cucina».

«Che maleducato!La nonna ci rimase male?»

«La nonna non ci rimase male perchè aveva  una gran paura. Aveva capito tutto ancora prima di me. Sentiva un gran freddo come se la porta fosse spalancata e la nebbia da fuori fosse entrata dentro».

«Avete mangiato bene?»

«Non abbiamo mangiato niente. Passò un quarto d’ora, mezz’ora e poi un’ora. La nonna era sempre più inquieta e anche io capii che c’era qualcosa di strano. Tutte le persone attorno a noi mangiavano ma sembrava che non finissero mai quello che avevamo nel piatto. Era come un film che si ripeteva all’infinito. Capii tutto quando osservai meglio gli altri clienti della trattoria».

«Cosa hai capito?»

«I loro vestiti»

«Che cosa avevano?»

«Erano abiti che non si usavano più, erano passati di moda da un pezzo, nessuno si sarebbe mai vestito così»

«Ma allora, nonno, chi erano?»

«Fantasmi. Io e la nonna ci siamo alzati dalla sedia e, molto velocemente , siamo scappati verso l’uscita percorrendo centinaia di metri in mezzo alla nebbia a perdifiato. Poi ci siamo fermati ma nessuno di noi diceva niente. Ad un certo punto tua nonna si accorse di aver dimenticato, nella fretta di andarsene, i suoi guanti di pelle che le aveva regalato sua madre. Sono stato io ad andarli a recuperare».

«E la trattoria era ancora aperta?»

«Sono tornato davanti a quella piola ma non esisteva più»

«Ma come?»

«C’era solo l’insegna, la porta era chiusa, era tutto buio e le vetrine erano con le serrande abbassate»

«E i guanti?»

«Mi sono avvicinato alla porta, non sapevo che fare. Ho bussato. Nessuno rispose. Poi mi sono fatto coraggio e ho provato a spingere sulla maniglia ormai arrugginita. La porta era aperta. Sono entrato. Era tutto vuoto, il bancone cadeva a pezzi, le pareti erano spoglie e scrostate, c’erano tavoli e sedie in disordine e ragnatele ovunque. Solo un tavolo era al suo posto: quello vicino alla parete dove c’erano i guanti della nonna. Ho trattenuto il fiato, li ho presi e sono scappato via. Mi veniva da urlare».

Lina accarezzò la testa del nipote.

«Qualche giorno dopo – confidò la nonna – ancora sconvolta per quanto accaduto, chiesi spiegazioni a una mia amica speciale su quello che ci era capitato. La mia amica mi disse che a Torino, quando c’è la nebbia, ci sono posti che adesso non esistono più ma che rivivono in un loro tempo e spazio, ritornano dal passato».

«Ma allora nonna è vera la storia del nonno?»

Lina sorrise «Forse»


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