Un fantasma ai Murazzi – Torino Ghost Club

In una sera di autunno del 2011 un ragazzo stava passeggiando lungo i Murazzi del Po. Michele, così si chiamava il giovane, si sentiva particolarmente felice: nel pomeriggio era riuscito ad acquistare la sua prima reflex digitale dopo mesi di risparmi e lavori saltuari.

Il ragazzo era uno studente di architettura e, durante il terzo anno di corso, aveva scoperto la passione per la fotografia, grazie a un seminario tenuto da un’associazione in collaborazione con la facoltà.

A Michele interessava l’aspetto documentaristico della fotografia per immortalare gli antichi monumenti, i palazzi e le chiese nel contesto urbano.

Quel giorno, era un martedì, appena terminata l’ultima ora di lezione si era diretto verso un negozio nel centro di Torino dove, con malcelato entusiasmo, aveva concluso l’acquisto della sua prima fotocamera. Approfittando di un’offerta, era anche riuscito ad aggiudicarsi un buon cavalletto che sarebbe tornato utile durante le riprese notturne. Poi era tornato a casa e aveva messo in carica la batteria della reflex ingannando l’attesa con la lettura del libretto di istruzioni.

Verso le cinque del pomeriggio, la macchina fotografica era pronta con la batteria carica e la scheda di memoria inserita, l’obiettivo grandangolare montato e il cavalletto pronto per l’uso.

Michele la guardava come se fosse l’oggetto più prezioso del mondo. Per lui lo era ma, per fare i primi scatti, avrebbe atteso il buio della sera in modo da fissare la reflex al cavalletto per poter riprendere lo scorcio del ponte Vittorio Emanuele I e della Gran Madre illuminata.

Lo studente arrivò con tutta l’attrezzatura ai Murazzi verso le dieci di sera. Era martedì e il lungo rettilineo che lambisce il Po quasi deserto.

Michele passeggiò guardandosi attorno per trovare l’inquadratura migliore. Torino aveva un fascino incredibile: le luci dei lampioni illuminavano il ponte mentre l’acqua scura del fiume lo attraversava. Da lontano, tra gli alberi, la sagoma della Gran Madre ammiccava maestosa.

Il ragazzo si posizionò a pochi metri dalla sponda in modo da avere la visuale sui tre elementi della composizione: il ponte, il fiume e la chiesa. Da uno zaino estrasse la reflex digitale. Fissò il cavalletto sui tre piedi dopo aver regolato la lunghezza delle gambe e incastrò la fotocamera alla base assicurandola con la vite e la chiusura a molla. Impostò i parametri di scatto con la priorità dei tempi in manuale, lasciando all’elettronica la scelta del diaframma. Scelse un valore Iso adatto alla scena. Bilanciò il bianco. Tutto era pronto.

Seguendo quello che sembrava un rituale Michele avvicinò l’occhio al mirino, regolò lo zoom, mise a fuoco e scattò. Dopo cinque due secondi sentì il suono dell’otturatore. Guardò il display e rimase stupito del risultato: nell’immagine si vedeva chiaramente il panorama di quel suggestivo scorcio torinese con una tonalità blu che l’occhio nudo non era riuscito a decifrare.

Michele non stava più nella pelle. Fece altre fotografie, scattava, controllava, sperimentava aperture e altri parametri, cambiava inquadratura. Era così entusiasta che avrebbe continuato per tutta la notte.

Poi però accadde qualcosa di strano.

A forza di fotografare si era fatta quasi mezzanotte e stava iniziando a salire un’aria gelida che sembrava raffreddare anche il Po.

Michele guardò l’ora e pensò «Ancora qualche foto e torno a casa, voglio vederle sullo schermo del computer».

Girò il cavalletto con la reflex di circa centottanta gradi verso il ponte Umberto I e premette il pulsante di scatto. Quando sul display controllò il risultato, si accorse che qualcosa non tornava, c’era un elemento che a occhio nudo non aveva visto.

Subito pensò ad un effetto di mosso dovuto ad una vibrazione del cavalletto ma quando ingrandì la fotografia sul display dovette ricredersi.

L’immagine, se pur osservata sul piccolo schermo digitale della reflex, non ammetteva dubbi: seduto lungo il bordo del Po si vedeva chiaramente un uomo che Michele non aveva notato né prima né dopo lo scatto.

Il ragazzo si guardò attorno interdetto, osservò attentamente in ogni direzione: non c’era nessuno. Come poteva quell’uomo essere apparso e scomparso così in fretta? Era impossibile.

Erano quasi le due del mattino quando Michele rientrò a casa. Nonostante la stanchezza accese il computer, lo collegò alla reflex con il cavo USB e scaricò le fotografie. Avrebbe guardato con calma le immagini panoramiche di Torino con le luci il giorno dopo; in quell’istante gli interessava solo capire chi fosse l’uomo che aveva fotografato e che era misteriosamente scomparso.

Il ragazzo individuò l’anteprima della fotografia e lanciò il programma di fotoritocco per analizzarla meglio.

La foto era a tutto schermo e Michele poteva  osservare benissimo la figura. La sua prima reazione fu di stupore: aveva commesso un errore di valutazione. Non si trattava di un uomo ma di una figura antropomorfa che poteva essere sia un uomo che una donna. Quell’essere aveva lineamenti fini, un viso ovale e lungo con una bocca minuscola serrata in una smorfia, capelli neri lunghi. Il corpo invece ricordava quello di un uomo: spalle larghe, corporatura massiccia totalmente avvolta da un mantello scuro. La figura era come seduta sul bordo del Po con le gambe che sembravano scendere e sparire nell’acqua. Con il busto era girato, assumendo una posizione irreale, di circa quarantacinque gradi verso Michele. Lo stava fissando.

Al fotografo vennero i brividi. Iniziò a tremare e sudare. Poi il suo lato razionale prese il sopravvento ed iniziò a pensare ad una serie di ipotesi che avrebbero potuto spiegare quella inquietante apparizione. Peccato che nemmeno una di queste congetture avesse un senso. Niente aveva senso.

Il mattino dopo Michele era sconvolto. Aveva dormito male. Invece di andare a lezione decise di stare a casa per vedere le altre immagini.

Era uno  scorcio di Torino meraviglioso quello che il giovane aveva immortalato la notte precedente. Nonostante la poca esperienza, alcune di quelle foto erano da cartolina. Ma il fotografo non riusciva a gioire, continuava a rivedere e a pensare alla fotografia di quella figura. Decise così che la sera stessa sarebbe di nuovo tornato ai Murazzi per scoprire se il fenomeno si ripeteva.

Michele arrivò in riva al Po, nello stesso punto della notte precedente, alla stessa ora. Appena fu pronta la reflex iniziò a scattare indirizzando l’inquadratura dove era apparso l’essere. Fotografava e guardava il display, ma nulla. Tutto sembrava a posto. Niente sorprese. Michele iniziò a tranquillizzarsi.

«Lo vedi – ripeteva a se stesso – sicuramente è stata una illusione ottica. Probabilmente qualcuno era seduto dall’altra parte ed è stato riflesso nell’acqua.». Quel ragionamento non lo convinceva ma il fatto di dirlo ad alta voce gli dava coraggio.

Dopo una cinquantina di scatti tutti uguali decise di cambiare inquadratura. Puntò l’obiettivo prima a sinistra e poi a destra verso i due ponti. Inquadrò la Gran Madre. Per finire provò a sperimentare immortalando la muratura a trapezio con le scale che portano verso il lungo Po Armando Diaz.

Dopo poco più di un’ora di riprese, Michele si convinse che poteva bastare e tornò a casa. Collegò la fotocamera al computer e attese che le foto comparissero nella cartella di file a loro dedicata.

Con il mouse le fece scorrere. Erano davvero belle. Arrivò all’ultima fotografia, quella delle scale sul lungo Po Diaz ed ebbe un sussulto di terrore. Non ci poteva credere.

A prima vista non aveva notato niente ma, sul grande schermo del computer, quel particolare appariva più nitido e definito.

Ingrandì con il comando Zoom quella che sembrava essere una macchia sulla balaustra delle scale. Guardò bene. Si alzò dalla sedia, andò a prendere un po’ d’aria in balcone e poi controllò di nuovo.

Stentava a crederci: quella strana macchia era la figura che aveva immortalato la sera prima. Lo stava di nuovo fissando.

Il mattino dopo il ragazzo chiamò una persona che, forse, lo avrebbe potuto aiutare a capire.

Michele ed Elena si conoscevano fin da bambini. Avevano frequentato assieme le scuole elementari, le medie, il liceo e poi i loro percorsi scolastici si erano divisi all’università: Michele architettura, Elena psicologia.

La scelta della ragazza non era stata dettata dalla moda universitaria del momento, ma era frutto di una scelta ben precisa: voleva capire perché le capitavano certe cose.

Michele conosceva bene la storia di Elena che fin da bambina vedeva cose che gli altri non vedevano: mondi paralleli fatti di ombre, esseri che non appartenevano al reale, voci dal nulla. Pochi conoscevano i mondi segreti di Elena, solo tre persone, una delle quali era proprio Michele.

L’appuntamento era per le 10 in un bar in piazza Vittorio. I due amici si accomodarono in uno dei tavolini nel dehor esterno riscaldato e ordinarono cappuccio e brioche.

Michele aveva portato con se un computer portatile dallo schermo abbastanza grande per visionare al meglio le foto.

Elena osservò a lungo le due immagini. Non disse nulla, solo queste parole:”Stanotte torniamo lì, porta la macchina fotografica”.

Dodici ore dopo i due ragazzi passeggiavano in silenzio lungo i Murazzi. Elena osservò da vicino Michele mentre preparava l’attrezzatura fotografica. Ad un certo punto la ragazza indicò all’amico un punto preciso e il fotografo effettuò il primo scatto. Guardarono il display ma nulla. Così fecero per altre dieci volte senza ottenere nessun risultato.

Poi, mentre Michele armeggiava con la ghiera dei tempi per regolare l’otturatore, Elena disse con un fil di voce «È proprio davanti a noi. Scatta».

Il fotografo fece quanto gli era stato detto. Trepidanti guardarono il piccolo schermo della reflex: nulla.

«Non è serata» sentenziò Elena.

«Ho fatto male a portarti – scherzò Michele – si vede che l’essere stasera ti ha visto ed è geloso».

Stavano salendo a piedi per la leggera salita prima del ponte Vittorio Emanuele I, quando sentirono una folata di aria gelida salire dal Po verso di loro. Poi entrambe notarono un’ombra che passò loro accanto velocissima.

«Questa volta è dietro di noi, girati piano e fai una foto»

Michele che teneva la reflex appesa al collo eseguì quanto suggerito dall’amica.

Guardarono la foto: una figura scura, dalla forma antropomorfa, con quelli che sembravano lunghi capelli e un viso allungato, li stava fissando senza espressione.

Il ragazzo si spaventò ancora più delle volte precedenti.

«Ma allora ce l’ha con me – disse singhiozzando – cos’è? Cosa vuole?».

Elena rise: «Non ti preoccupare fifone. Non è la prima volta che vedo una figura di quel genere. È uno spirito dell’acqua. Sono entità che compaiono vicino ai fiumi, ai laghi, ai torrenti. Non hanno una precisa identità perché sono la somma di tutte le emozioni che le persone, nel tempo, hanno impresso nell’acqua quando la fissano scorrere immersi nei loro pensieri. Non sono entità malvagie. Sono una somma, che prende forma, amplificata dall’acqua. Ogni tanto si fanno vedere. Non so a chi, non so perché».

«Quindi – chiese Michele – tutte le volte che fotografo il Po, l’essere compare?».

Elena rise di nuovo «No, non è così. Domani notte verremo qui a fare un rito di purificazione e vedrai che poi potrai fotografare il fiume senza essere disturbato».

L’indomani notte i due ragazzi si trovarono nuovamente lungo il Po sui Murazzi.

Nel pomeriggio Elena aveva fatto prima stampare e poi cancellare i file delle fotografie di quell’essere.

Michele consegnò le stampe, fatte su carta normale formato A4, all’amica.

Elena recitò una formula incomprensibile che sembrava una preghiera, prese le stampe e le immerse nell’acqua del Po.

Da quella sera Michele tornò a fotografare Torino dai Murazzi. L’essere non si vide più e forse, al ragazzo, un pochino mancò.

Dal 2011 ad oggi Michele, almeno una volta alla settimana, esce per fotografare Torino di notte da varie angolazioni. Nel tempo ha cambiato tre macchine fotografiche diventando un esperto fotografo di paesaggi urbani.

Non gli è mai più successo niente di strano tranne una sera a Porta palazzo. Ma questa è un’altra storia…


Su Facebook è  attivo il gruppo Torino Ghost Club, lo trovate cliccando qui

Un pensiero riguardo “Un fantasma ai Murazzi – Torino Ghost Club

  1. Da una delle tre città magiche riconosciute da tutto il mondo ci si può aspettare questo ed altro!
    Interessantissima storia!

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