L’ascensore fantasma vicino a via Bertola – Torino Ghost Club

Tutto ebbe inizio nel settembre del 2013 quando Massimo, dentista, decise di spostare il suo studio dalla periferia al centro di Torino. La scelta era caduta su un elegante spazio al quarto piano di un immobile tra via Bertola e corso Siccardi. Quello studio era stato un vero affare: prezzo di vendita sotto la media rispetto alla zona, impianti in ordine, pochi lavori da fare, giusto un’imbiancata, una sistemata al bagno e al pavimento.

In dieci anni di professione Massimo era riuscito, lavorando sodo, a costruirsi un invidiabile giro di pazienti. Quando poi il dottore si era specializzato in una determinata branca odontoiatrica, i profitti erano decollati. Il medico proveniva da una famiglia vecchio stampo di Torino. Suo padre gli aveva insegnato che quando i soldi arrivano, è meglio investire anziché sperperare. Così Massimo non si era comprato l’auto sportiva o la casa al mare, aveva deciso di reinvestire i suoi guadagni in uno studio nuovo, più spazioso.  Unico difetto di quel palazzo era l’ascensore: uno di quei vecchi sistemi stretti e claustrofobici che si chiudeva mediante due pesanti porte in metallo, ubicato nello spazio angusto della tromba delle scale. Il precedente proprietario, il signor Luigi commerciante, aveva spiegato a Massimo che l’ascensore era più recente rispetto alla costruzione del palazzo. Il marchingegno era stato installato a spese di un anziano signore ormai deceduto. L’uomo si chiamava Carlo, era un ex colonnello dell’Esercito, ed era stato il primo proprietario di quell’alloggio al quarto ed ultimo piano, che Massimo aveva trasformato in studio dentistico.

Prima di morire, Carlo, ormai anziano, aveva avuto bisogno dell’ascensore perché non riusciva a salire e  scendere per le scale, anche se gli altri condomini non erano mai stati d’accordo.

In quel tardo pomeriggio, era quasi sera, a Torino scendeva una pioggia debole ma costante e il cielo grigio era coperto da nuvoloni scuri. Gli alberi stavano perdendo le loro foglie mentre la città si preparava ad entrare nell’atmosfera autunnale dal fascino intimo e romantico.

L’ultimo paziente era uscito dallo studio di Massimo. L’assistente di poltrona aveva appena terminato di sterilizzare i ferri e mettere in ordine gli strumenti ed era ormai pronta per tornare a casa sotto la pioggia.

Il dentista si attardò ancora qualche minuto nel suo studio. Come da abitudine stava aggiornando l’elenco degli interventi e delle visite fatte in giornata.

Erano circa le venti quando il medico spense le luci, indossò l’impermeabile e chiuse la porta inserendo l’allarme. Poi si avviò verso l’ascensore.

Poco prima di uscire, l’uomo ebbe  l’impressione di vedere un’ombra nera  all’interno dello studio e sentì una folata di aria fredda.

«Non è possibile – pensò – non c’è nessuno e le finestre sono tutte chiuse».

Pigiò uno di quei pulsanti rotondi dall’aspetto molto vintage che si illuminò di rosso. Il frastuono del motore dell’ascensore annunciò che la cabina stava salendo.

Massimo attese l’apertura delle porte e schiacciò il pulsante T.

Le porte si chiusero ermeticamente e la discesa iniziò.

Poi accadde qualcosa. Qualcosa che ognuno si augura che non accada mai in un ascensore.

Mentre il medico si sistemava la giacca guardandosi allo specchio sotto l’asettica luce al neon della cabina, d’improvviso tutto divenne buio. Cessò di colpo il rumore dell’argano e l’ascensore ebbe un brusco sussulto bloccandosi nel punto peggiore: la soletta in cemento armato tra un piano e l’altro.

Massimo, realizzando subito l’accaduto, ebbe dopo pochi secondi una crisi di claustrofobia. Cercando di dominare il panico estrasse dalla tasca il cellulare e con la luce del display illuminò la pulsantiera. Premette il bottone con il simbolo del campanello dell’allarme. Nulla, tutto taceva. Decise di comporre il numero di emergenza ma il cellulare era come bloccato, come se fosse  completamente spento.

Il dottore si mise a urlare e a battere i pugni contro gli sportelli chiusi ermeticamente nella speranza che qualcuno sentisse e gli venisse in aiuto.

Non arrivò nessuno. Del resto nel palazzo, a quell’ora, non c’era più anima viva perché i rimanenti piani erano stati tutti adibiti ad ufficio e la portinaia licenziata dopo una breve riunione condominiale.

Massimo si sentiva morire.

Poi improvvisamente la luce si riaccese e tutto riprese a funzionare come prima. L’ascensore portò il suo ospite al piano terra.

Quella notte Massimo, complice forse la brutta esperienza, fece uno strano sogno: si trovava all’interno del suo studio in una stanza che non conosceva. In questo ambiente c’era una enorme libreria con una figura nebulosa, che sembrava un uomo, seduta su una poltrona. Poi una mano, senza braccio, gli indicava un punto nella camera. Il sogno terminava in quell’istante.

Il mattino successivo il dentista chiamò l’amministratore del condominio per  informarlo sull’incidente nell’ascensore. La risposta fu che la manutenzione era stata effettuata tre mesi prima ma che, comunque, sarebbero stati allertati i tecnici. Il pomeriggio stesso l’azienda mandò due operai a controllare: tutto era  in ordine.

Nella settimana che trascorse dopo lo spiacevole episodio non successe nulla di anomalo. Tuttavia Massimo, ancora turbato, preferiva salire e scendere dalle scale per accedere al suo studio. Nessuno dei suoi pazienti si lamentò di un malfunzionamento, neanche minimo, dell’ascensore.

Il lunedì successivo accadde un altro episodio inquietante.

Mentre si recava al lavoro, il dottore ricevette la chiamata della sua assistente di poltrona. La donna, trafelata, gli spiegò che  appena entrata nello studio aveva trovato, nella stanza adibita a deposito e magazzino, tutti gli oggetti a soqquadro anche se nessuna porta e finestra era stata aperta o forzata. Non mancava nulla, nemmeno alcuni  contanti. Sul pavimento erano sparsi in disordine scatole di campioni di medicinali, resine, capsule, pomate e altre cose di uso odontoiatrico. Inoltre uno scaffale era completamente divelto e staccato dal muro.

Massimo non capiva. Corse allo studio e vide tutto. Non chiamò neanche la Polizia: nessuna effrazione, non mancava nulla, solo caos e disordine. Cosa mai avrebbe potuto dire? Forse che c’erano gli spiriti?

Il medico e la sua assistente rimisero tutto in ordine prima dell’arrivo dei pazienti.

Arrivò sera e il dentista si sentiva parecchio stanco non tanto per il lavoro, ma perché continuava a pensare a quanto fosse successo, senza riuscire a trovare nessun tipo di spiegazione razionale.

Al momento di uscire stava indirizzandosi verso le scale quando ebbe un impeto di rabbia.

«Non posso farmi influenzare in questo modo – pensò – Non è possibile che non sia libero di prendere un ascensore».

L’uomo si infilò nell’ascensore e premette il pulsante T.

Iniziò ad avere paura, a sudare, fino a quando sentì un freddo gelido. Le luci si spensero e riaccesero a intermittenza; le porte delle cabina, senza mai che l’ascensore scendesse, si chiusero e si riaprirono fino al momento in cui Massimo, con un balzo, uscì da quello spazio da incubo.

Percorse le scale a perdifiato e fu sollevato dal fatto di trovarsi in strada, al sicuro.

Fu un attimo. Il dentista guardò in alto verso la finestra del suo studio dove scorse per qualche secondo un’ombra nera. Un riflesso dei lampioni?

Massimo fu colto da un altro impeto di rabbia. Corse su per le scale fino ad arrivare al quarto piano. Aprì con foga la porta blindata d’ingresso, accese le luci e si mise a girovagare per le stanze. Quando arrivò al magazzino ebbe un mancamento: tutto era in disordine come al mattino.

L’uomo, un medico dentista sui cinquant’anni, titolare di uno studio ben avviato nel centro di Torino, sprofondò sul divano della sala d’attesa e si mise a piangere come i bambini che attendevano il loro turno prima di un’otturazione.

Piangeva per la frustrazione, ma anche per la paura.

Quella sera Massimo era stanco. Molto stanco e provato. Dopo aver pianto si addormentò sul divano del suo studio e sognò. Lo stesso incubo di qualche notte fa. Ma  questa volta vide la figura: era un uomo piuttosto anziano, aveva un vestito strano e la mano questa volta era attaccata al braccio di quel signore, era finta ed era palesemente una protesi.

Il dentista si svegliò di soprassalto madido di sudore. Era teso, tutti i muscoli contratti. Ebbe un’idea: telefonare al precedente proprietario, Luigi, per avere qualche informazione.

«Pronto Luigi, sono Massimo il dentista che ha acquistato lo studio da Lei. Scusi l’ora e il disturbo ma ho assolutamente bisogno di chiederle una cosa: a Lei sono mai capitate cose strane quando si trovava nell’ufficio che ora è il mio studio e che Lei stesso mi ha venduto?».

Luigi fece una lunga pausa, rimase interdetto, poi rispose.

Fu una lunga telefonata nella quale i due passarono dal “lei” al “tu” per una sorta di reciproca solidarietà. Emerse qualcosa di sconcertante.

Quando Luigi aveva acquistato l’immobile, dove prima abitava l’ex colonnello in pensione di nome Carlo, questi era deceduto un anno prima e dal notaio si era presentato il proprietario erede legittimo: il figlio. L’uomo, un ingegnere civile, aveva fretta di vendere perché, da quello che diceva, doveva trasferirsi a breve all’estero per lavoro. Il padre, da buon militare, in vita fu un tipo tosto. La sua cocciutaggine e intransigenza si erano amplificate negli anni della vecchiaia tanto che, senza dire nulla all’amministratore se non a cose avvenute, accollandosi tutte le spese, si era fatto costruire un ascensore. Poco prima di morire, mentre giaceva sul letto in una stanza di quell’appartamento, sentendo che sarebbe passato presto a miglior vita, chiamò a sé il suo unico figlio e gli chiese due cose.

La prima che, per alcuna ragione al mondo, anche se quella cosa fosse stata venduta, nessuna persona doveva azzardarsi a usare il suo ascensore. La seconda che, chiunque fosse andato in quell’appartamento, avrebbe dovuto tenere appeso, in quello che fu il suo studio, la fotografia che lo ritraeva in divisa da ufficiale dell’Esercito italiano.

Queste volontà non furono mai messe per scritto, perché il figlio le considerò come idee bizzarre del padre ma, dal notaio, l’ingegnere, per rispetto e ricordo del genitore, le fece presente al nuovo acquirente.

Luigi, dopo aver firmato l’atto entrò in possesso dell’appartamento che trasformò in ufficio, dimenticando completamente le parole del figlio di Carlo e trasgredendo alle ultime volontà dell’ Ufficiale.

La telefonata si concluse con queste parole:

«Caro Massimo, perdonami per non averti mai detto nulla ma intanto non mi avresti creduto e, del resto, cosa mai avrei potuto dire? Ti ho svenduto il mio ufficio perché non ne potevo più. Me ne sono capitate di tutti i colori: rimanevo bloccato in ascensore, le luci si spegnavano da sole, chiudevo le finestre e il mattino dopo le trovavo spalancate, tutti i fascicoli con i documenti finivano sparpagliati per terra. Mi sentivo a disagio lì dentro, non riuscivo nemmeno e rimanere solo. E poi di notte facevo spesso un incubo…».

Massimo rimase esterrefatto: lo stesso identico sogno.

«Arrivai addirittura – spiegò Luigi – a consultare una medium la quale mi disse di cercare quella fotografia. Ma io quella foto non l’ho mai trovata. Poi ho messo in vendita tutto e sei arrivato tu».

Mentre concludeva la telefonata il dentista ebbe un mancamento: in fondo al corridoio, dove c’era la stanza adibita a magazzino vide un’ombra muoversi.

Concluse in fretta la chiamata e rimase immobile. Poi ebbe un’intuizione.

Corse verso il magazzino e, aiutandosi con una grossa pinza odontoiatrica, colpi il punto dove al mattino aveva trovato le mensole divelte.

Sentì echeggiare un suono  vuoto.

Come un pazzo corse verso una cassetta degli attrezzi, estrasse un grosso martello e picchiò contro la parete.

Il muro cedette e saltò fuori una nicchia con all’interno una scatola in metallo. La aprì e in mezzo a varie carte ingiallite con i timbri dell’esercito italiano, trovò una fotografia. Era il ritratto di un uomo dall’aria severa, alto e con i baffi. Era vestito in alta uniforme e al posto della mano destra indossava una protesi guantata. Era l’uomo che aveva sognato nei suoi incubi.

Massimo rise, poi pianse e rise di nuovo.

Su una parete in un’altra stanza estrasse, da una cornice in vetro, il suo diploma di specializzazione in Odontoiatria e, al suo posto, vi sistemò dentro la fotografia appendendola in bella vista alla parete all’ingresso dello studio.

Da quella sera non ebbe più incubi e in studio non accaddero più episodi strani. A tutti quelli che gli chiedevano chi fosse l’Ufficiale della fotografia, rispondeva che si trattava di un suo vecchio e caro zio.

Massimo però non salì mai più sull’ascensore. Diceva che preferiva prendere le scale perchè voleva mantenersi in forma.


La foto di copertina non si riferisce alla casa descritta nel post.

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