Maurizio Cavallo nel 2018

Qualche giorno fa, accompagnato da un caro amico, sono tornato a trovare, dopo due anni, Maurizio Cavallo che negli anni Ottanta, come da lui raccontato, fu rapito dagli extraterrestri.

Ho deciso di incontrarlo di nuovo per salutarlo e per domandargli un parere sui recenti casi di avvistamenti UFO in Piemonte e nel vercellese.

Sto scrivendo il Vercelli misteriosa 2 e questo ero un passaggio che volevo fare.

Di Maurizio Cavallo ho già scritto nel mio libro Vercelli misteriosa – Leggende, fatti strani, curiosità di un territorio ricco di storia e storie.

Per i lettori del blog riporto qui quanto ho scritto nel capitolo del libro dedicato al contattata vercellese.

Questa è una storia strana, straordinaria, che ha fatto il giro del mondo. Ci si può credere o meno. Ci si può porre migliaia d’interrogativi, ogni dubbio è legittimo, ma una cosa non deve mai essere messa in discussione: la buona fede del protagonista di questa vicenda, il vercellese Maurizio Cavallo, che con cortesia, calma e serenità mi ha raccontato la sua straordinaria esperienza.

Per essere sincero non è la prima volta che ho incontrato Maurizio. Era il 2009 quando con la troupe della trasmissione televisiva “Mistero”, in onda su Italia Uno, capitanata allora dal compianto Ade Capone insieme ad Enrico Ruggeri, conobbi Maurizio per un servizio girato a casa sua, in periferia a Vercelli.

Appena ci incontriamo chiedo a Maurizio che cosa sia cambiato dal 2009 ad oggi.

“Rispetto agli anni precedenti – risponde lui – la mia vita si svolge meno sotto i riflettori. Sono una persona solitaria e schiva. Il fatto di essermi concesso ai canali di comunicazione è stato solo dettato dalla necessità che, dentro di me, sentivo di dover raccontare alla gente quello che mi era successo”.

Che cosa è successo quindi a Maurizio Cavallo? Per spiegare la sua storia, che ha dell’incredibile, dobbiamo fare un salto indietro nel tempo fino agli anni Ottanta. E raggiungere le colline del Monferrato in prossimità di Camino appena dopo Trino Vercellese.

Ma lasciamo la parola allo stesso Maurizio.

“Era la notte tra il 12 e il 13 settembre 1981 – racconta Cavallo – e avevo trascorso la serata con alcuni amici in una pizzeria vicino a Camino in Monferrato. Dopo cena decidemmo di fare un giro in auto tra le colline. Eravamo appena giunti in una radura e stavamo smontando dalle auto quando, improvvisamente, il cielo scuro fu squarciato da un bolide incandescente, una sfera di fuoco scaturita dal nulla. Rimanemmo attoniti a guardare e in silenzio ne seguimmo le strane evoluzioni finché, con una rapida manovra di avvicinamento, “la cosa” iniziò a scendere verso un vicino bosco di pioppi sparendovi dopo qualche momento e irraggiando tutto intorno una luminosità smorzata di color rosso-arancio. Sorpresi ed eccitati, in un attimo decidemmo di andare verso il luogo dove l’oggetto era sparito. Ma ben presto, a causa dell’oscurità e di un profondo avvallamento cosparso di rocce e rovi che si frapponeva tra noi e il bosco, rinunciammo. Tornando verso le auto e poi verso casa, non facemmo altro che parlare dello strano evento ipotizzando le più disparate congetture. Quando verso le 23-23,30 ci separammo, mi accorsi di non sentirmi affatto bene. Capogiri ed improvvise vampate che salivano dallo stomaco ben presto mi piegarono ad un malessere più diffuso e di straordinaria intensità. Mi rigiravo nel letto in preda all’angoscia. Avevo freddo e sudavo abbondantemente. Mentre mi dibattevo in un totale stato di confusione, nonostante l’inevitabile fracasso prodotto dalla mia agitazione e i conseguenti rumori delle mie frequenti escursioni in bagno per lenire con l’acqua fresca (tentai anche di vomitare poiché mi ero convinto che tutto fosse dovuto ad un’intossicazione alimentare ) la sofferenza ormai insostenibile, i miei familiari continuavano a dormire profondamente. Chiamai più volte, invano: allora mi apparve strano vedere al chiarore lunare che filtrava dalle persiane semichiuse, i loro volti cristallizzati in un sonno immobile come quelli indotti da sonnifero. Tutto era stranamente attutito, e quando goffamente urtai un bicchiere posto sul lavabo, lo vidi cadere con una lentezza esasperante ed esplodere nell’impatto con il pavimento in mille schegge brillanti ma non udii il tonfo che inevitabilmente avrebbe dovuto produrre. La casa era silenziosa, di un silenzio angosciante e pregno di allegorie inquietanti. Le mura trasudavano ombre ovattate, e dall’esterno, dalla strada abitualmente percorsa dal traffico e dagli schiamazzi del sabato notte, non proveniva nessun rumore. Guardai l’ora: era da poco passata l’una. Febbricitante, tentai di dominare un fremito di disperazione senza riuscirci. Non connettevo più. Non sapevo cosa, ma sentivo che stava accadendo qualcosa e fu allora che iniziai a lottare con gli sconosciuti che stavano invadendo la mia mente: qualcosa o qualcuno mi ordinava di vestirmi e di uscire di casa per recarmi su per la collina. Forze estranee mi stavano inducendo a fare ciò che in realtà non desideravo fare, ma nonostante cercassi di oppormi con tutto me stesso, mi ritrovai nell’automobile, il motore già avviato, poi alle prese con le curve nelle tortuose stradine di collina. Avevo paura, mi sentivo morire mentre una serie di pensieri confusi mi trapassavano il capo. In quel momento mi ricordai di non avere carburante a sufficienza. Come per risposta giunse il brusco rallentare dell’auto, ed il motore che tossiva si spense. Mi ritrovai immerso nell’oscurità, non mi reggevo in piedi, dovevo essere in uno stato psicofisico terribile. Pensai allora di fuggire, di tornare in città e recarmi alla guardia medica; ma avevo dimenticato che opporsi agli invisibili era inutile e doloroso. Fitte lancinanti mi divoravano il cervello mentre giungeva l’ordine di proseguire, ed io sconfitto e avvilito andai avanti. Quando raggiunsi la radura della sera precedente, colsi lo stesso silenzio opprimente ed innaturale, la stessa atmosfera rarefatta e immobile che avevo avvertito per la prima volta in casa qualche ora prima. Non sapevo che ora fosse di preciso ed era impossibile nell’oscurità leggerla sul quadrante dell’orologio. Rammento che, calcolando mentalmente il tempo trascorso da quando prima di uscire di casa avevo visto che erano circa le 2,30 sommato all’ipotetico tempo necessario per raggiungere la radura a piedi, realizzai fossero le 4 del mattino circa. Ma ovviamente tenendo conto della frustrante condizione in cui versavo, questo non è un dato preciso”.

“Poi accadde – prosegue Maurizio – quanto di più spaventoso e assurdo la mente umana possa sopportare o concepire. Apparve d’improvviso: enorme, paurosamente incombente. Una sfera di fuoco vorticoso mi sovrastava; all’interno scorgevo un corpo più chiaro di un argento sfavillante. In un susseguirsi di eventi veloci e disarticolati come accade nei sogni, provai la sensazione di fluttuare nell’aria, mi resi conto di essere sollevato dal terreno e risucchiato verso l’alto. Ogni fibra del mio corpo urlava disperazione e rassegnazione. Tentavo invano di sfuggire a quell’incubo terrificante vissuto ad occhi aperti, ma mi abbandonai e attesi l’inevitabile”.

Incontro nuovamente Maurizio Cavallo a casa sua in una tranquilla zona residenziale alla periferia di Vercelli. La routine della gente che fa la spesa in un supermercato situato  vicino contrasta con l’incredibile storia che sto per sentire.

Maurizio mi fa accomodare al solito posto in salotto e dopo i  preamboli arriviamo subito al dunque riprendendo il discorso interrotto una settimana prima solo per questioni di tempo. È una vicenda misteriosa, già raccontata da Cavallo in diverse occasioni e diffusa praticamente in tutto il mondo per mezzo di siti internet, blog, stampa e televisione. È una storia che Maurizio racconta sempre uguale come se fosse scritta e impressa nella sua mente con caratteri indelebili ed immutabili nel tempo.

Ripartiamo dall’incontro ravvicinato sulle colline del Monferrato nella notte tra il 12 e 13 settembre del 1982 quando il protagonista si trovò improvvisamente davanti  ad una sfera che sembrava di fuoco.

“Nel silenzio – racconta Maurizio – un ronzio si faceva strada verso le mie orecchie: gli occhi doloranti cercavano di abituarsi ad una luminosità diffusa e trasparente. Mi parve d’essere rinchiuso in una capsula di vetro, una campana di cristallo o materiale plastico trasparente, attraverso la quale scorgevo un ambiente incredibilmente vasto; un evidente paradosso nell’inconscio mi suggerì l’abnorme differenza tra l’oggetto visto dall’esterno e lo spazio che mi conteneva, e del quale intravedevo appena i limiti estremi. (Dall’esterno il diametro apparente dell’oggetto poteva essere di 15 o 20 metri). L’ambiente risultava quasi spoglio, privo di qualsivoglia strumentazione di qualsiasi genere, tranne che per i pannelli organizzati lungo tutta la circonferenza che partivano da circa un metro dal pavimento verde traslucido simile allo smeraldo e convergevano degradanti verso il soffitto semicircolare. Pulsavano emanando luce dai colori tenui che andavano dall’azzurro metallico al bianco violetto. Colsi allora l’impressione estemporanea di trovarmi tra le spire di una creatura biologica, un organismo vivente. Il posto che occupavo immobilizzato nella nicchia trasparente, m’impediva di cogliere ulteriori particolari di ciò che stava alle mie spalle e quindi di descrivere nell’interezza l’ambiente che mi conteneva. Ebbi la certezza inconscia, però, che non fosse al centro ma posta a due terzi da quella che ritenevo essere la parte centrale, una sorta di struttura leggermente convessa di colore rame brunito che si ergeva dal pavimento. Il ronzio crebbe d’intensità e quasi contemporaneamente la voce penetrò la mia mente: mi disse di non temere poiché non mi sarebbe stato fatto del male. E la voce era simile al fruscio del vento tra le canne, monotona come l’acqua che scorre. Ero sospeso nell’universo ed il mio cuore pulsava col pulsare delle stelle, mi sentivo come dilatato verso emulsioni di luce impossibili da descrivere, sfavillii di pietre preziose nel buio cosmico… Era come se improvvisamente io conoscessi tutto di tutti e di tutto, come se l’universo intero non avesse avuto più segreti per me: niente più misteri. Mentre la coscienza si espandeva impadronendosi di un sapere atavico e terribile, continuavo a pulsare con le stelle, a precipitare verso soli impazziti, rapito nel vortice di pianeti danzanti. Per un istante mi vidi come se fossi una nota di una sinfonia sfuggente. “Non aver paura” ripeteva la voce, e sembrava giungere da profondità abissali, da oltre i confini delle galassie. Il ronzio si intensificò modificando i toni bassi in echi striduli, laceranti, e un senso di nausea spinse lungo la gola conati di vomito misto a urla senza suono”.

“ Quando il rumore – prosegue Cavallo – simile a quello prodotto da una enorme dinamo raggiunse livelli insopportabili tanto da perforarmi i timpani, chiusi gli occhi e mi sentii cadere. Scivolavo verso il basso, precipitavo velocemente. Poi tutto si placò e al mio sguardo attonito si offrì uno scenario incredibile. Attraverso le palpebre socchiuse e doloranti, si stagliava un paesaggio fiabesco, irreale: costruzioni dalle forme estranee, dall’architettura monolitica e tondeggiante, svettavano a perdita d’occhio emanando una luce fluorescente dalle tonalità calde tra il giallo e l’arancione; ordigni inconsueti, sospesi nell’aria, ondeggiavano in un largo spiazzo circolare. Ma soprattutto mi impressionò l’edificio che dominava la scena e che colpì la mia immaginazione con una similitudine astratta. Appariva come una conchiglia rovesciata con grandi arcate lungo il perimetro esterno e frontoni fregiati, sui bordi alti vidi simboli strani, per alcuni versi simili all’antica scrittura cuneiforme oppure assimilabili ai geroglifici. Queste arcate nella loro forma contenevano impossibilmente il cerchio ed il triangolo, un’elaborazione architettonica difficilmente esprimibile eppure fantasticamente esistente. Mossi qualche passo indeciso e incredulo mi voltai. Potei così osservare la macchina con la quale il mio rapimento era avvenuto: non pulsava più, non era più avvolta dalle fiamme. Ora era simile a una gemma tondeggiante che andava assottigliandosi verso i bordi. Aveva assunto un colore mercuriale molto vivido e sembrava fatta di un materiale trasparente, tanto che ebbi come l’impressione di scorgere alcune parti all’interno di essa. Per tutta la circonferenza dell’ordigno, una flangia sfavillante simile allo zaffiro ad intervalli regolari emanava dei lampi di luce azzurro-cobalto, una fiamma di natura elettrica. Comprensibilmente frastornato, mi rendevo conto di non provare nessuna paura; anche il malessere era completamente scomparso. Avvertivo nell’aria un odore amaro e pungente, intenso, qualcosa che mi ricordò la montagna, un misto tra l’erba bagnata e la salsedine, forse un po’ più amaro. Stavo cercando di spiegarmi, tra una ridda di sensazioni contrastanti, l’innaturale silenzio che perdurava divenendo insostenibile, quando preceduta da un senso di vertigine tornò la voce: ” Sii benvenuto, figlio di Sahrahs, il mio nome è Chama e provengo da Clarion ” – Quella voce aveva lo straordinario potere di creare visioni nella mia mente, così mentre i suoni fluivano in me, accompagnate da un sottile riverbero metallico prodotto (lo saprò in seguito) da un traduttore simultaneo, nel mio cervello si creavano immagini di luoghi e di eventi, chiarissimo compendio di quanto mi veniva narrato. Le immagini erano così nitide da creare l’impressione di esserci in mezzo, come se stessi vivendo quanto invece mi veniva solamente proiettato”.

Maurizio Cavallo il vercellese famoso in tutto il mondo per la sua sensazionale storia sull’incontro con alcune entità extraterrestri provenienti dal pianeta Clarion è una persona molto schiva e riservata. Tuttavia riesco ad incontrarlo ancora una volta per fargli ulteriori domande L’intervista assume un tono più rilassato che la fa assomigliare ad una chiacchierata.

Maurizio, da quella notte di settembre del 1981 ad oggi cosa è cambiato nella tua vita?

“Dopo quella notte – risponde Maurizio – ci sono stati dieci anni di cambiamento lento. Un periodo estremamente difficile perché cercavo di capire cosa realmente mi stesse succedendo. Avevo bisogno di parlare e approfondire. C’è stato un momento di grande distacco da tutto e da tutti, amici compresi. Era un susseguirsi continuo di traumi. Nessuno può comprendere questa situazione se prima non si toglie di dosso i paradigmi della vita ai quali siamo stati abituati. Mi trovavo in un limbo: estraneo a questo mondo ma ancora lontano dal comprendere l’altro. Ho dovuto anche cambiare lavoro. Dopo quegli anni ho cominciato a capire che la sofferenza derivava dal fatto che stavo combattendo una battaglia interiore con me stesso. In questo percorso lungo e faticoso ho trovato molto conforto nel tenere un diario dove mi appuntavo tutto, stati d’animo compresi”.

Parliamo dei tuoi libri e delle apparizioni televisive.

“Sono usciti – spiega Cavallo – tre miei libri in Italia, editi anche in Giappone insieme ad altri quattro; sono uscite versioni anche in francese e in inglese. Essi sono la trascrizione dei miei diari. Ero stato invitato come ospite da alcune emittenti televisive e in una di queste occasioni ho avuto modo di parlare con Roberto Pinotti (famoso studioso e ricercatore ufologico) che avevo già conosciuto in Francia durante un convegno. È stato lui a propormi di scrivere il primo libro e poi dal Giappone mi ha contattato una grande casa editrice. Oltre ai libri, un’attività che è fluita in me dopo l’incontro con gli esseri astrali, è stata quella artistica, sia musicale che figurativa. Mi trovo spesso a dipingere come in trance paesaggi extraterrestri e quando lo faccio c’è come un’espansione di me stesso, ”.

Nella zona del Vercellese si verificano parecchie attività che vedono coinvolti velivoli extraterrestri?

“Il Vercellese è una zona abbastanza importante per le rotte dei velivoli extraterrestri, soprattutto nelle zone montuose dove esistono delle specie di aerovie basate su punti magnetici che i velivoli alieni utilizzano come una sorta di binario o di sentiero”.

Ma perché se volano nei nostri cieli alcune persone vedono questi oggetti volanti e altre no?

“Dipende da come i velivoli e osservatori sono sintonizzati. È lo stesso discorso delle onde radio e Tv che si sentono o si vedono solo se entrano in una determinata frequenza. In alcuni casi i velivoli extraterrestri si fanno volutamente vedere. La loro tecnologia e il loro modo di spostarsi si basano su punti multidimensionali dai quali entrano nella nostra realtà. Per loro non hanno senso i concetti di spazio e tempo ed è come se essi coesistessero su piani diversi di realtà”.

Nel Dopoguerra le persone vedevano in cielo misteriosi razzi; dagli anni Cinquanta in poi le forme continuano a cambiare da sfere, a sigari volanti a triangoli. Perché le forme degli Ufo variano a seconda del design che va più di moda a seconda del periodo?

“Non conosciamo – puntualizza Cavallo – la vera natura dell’oggetto come non possiamo conoscere la vera forma esterna. Possiamo considerarli quasi come una proiezione mentale e quindi ciò che vediamo si evolve come la forma che in quel periodo abbiamo in testa. L’essere umano crede di vedere la forma che più si avvicina alla sua interpretazione”.

Dopo tutti questi anni di avvistamenti Ufo con migliaia e migliaia di testimonianze, ci sarà finalmente un contatto tra noi e loro?

Maurizio sorride e dice “Sì, si verificherà un contatto ma solo quando ci sarà una volenterosa presa di coscienza vera e reale da parte dell’umanità. Non dobbiamo dimenticarci che il senso della vita sta nella vita stessa”.

Prima di congedarci Maurizio mi rende partecipe delle molte fotografie da lui scattate ai velivoli extraterrestri con una macchina fotografica analogica. E tra le incredibili immagini di astronavi aliene sopra i cieli anche della campagna attorno a Vercelli compaiono, tra una foto e l’altra, anche i ritratti di alcuni abitanti di Clarion immortalati dal negativo di Maurizio. Ma questa è un’altra storia.

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