La trattoria fantasma

La strada sembrava non finire mai. Era quasi l’una di pomeriggio e la fame, dopo due ore filate di guida, si faceva sentire.

La radio trasmetteva le hits del momento e l’aria condizionata puntata al massimo stentava a rinfrescare l’ abitacolo esposto al sole.

Traffico regolare, del resto Massimo aveva deciso di partire di martedì per evitare le code del weekend che, a luglio, iniziavano a diventare fastidiose a causa dei villeggianti diretti in riviera.

L’uomo stava raggiungendo la famiglia al mare per trascorrere qualche giorno di vacanza. Mentre guidava programmava di portare i suoi figli a fare una gita in barca, immaginava che avrebbero fatto il bagno, preso il gelato sul lungomare di sera e poi si sarebbe concesso una cena romantica con la moglie. Avrebbero bevuto del vino bianco ghiacciato e poi chissà…

Stimolata da quei pensieri  la fame aumentò ancora di più. Era l’una in punto e Massimo decise che per lui era ora di pranzo. Di locali, nella zona dove si trovava in quel momento non ne conosceva, quindi chiese al suo smartphone di cercargli un ristorante, tavola calda o pizzeria nei paraggi. Il locale più vicino si trovava a venti minuti di distanza ed era raggiungibile solo con una deviazione dalla strada principale.

Dopo una curva stretta, prima dell’imbocco di un ponte con i tiranti in ferro, Massimo scorse un’ insegna: “Come una volta – Trattoria”.

Che strano, aveva percorso quel tratto di strada decine di volte, ma non si era mai accorto di quel posto.

Poco male. L’uomo decelerò fino a parcheggiare l’auto in uno spiazzo in terra battuta davanti alla trattoria.

Davanti al locale non c’erano parcheggiate altre macchine.

Massimo attraversò il cortile e si diresse verso il porticato dove erano apparecchiati i tavoli. Appena entrato sotto la tettoia, l’uomo avvertì un’aria fresca, quasi gelida, nonostante il caldo.

Gli si avvicinò un signore, avrà avuto sui cinquant’anni, portava un lungo grembiule marrone da oste e un paio di occhiali dalla montatura spessa.

«Buongiorno – salutò Massimo – vorrei mangiare qualcosa, che cosa propone il menù?».

«Salve – rispose quello che sembrava essere il ristoratore – per il menù deve chiedere a mia madre, arriverà tra poco. Si accomodi pure dove vuole».

Massimo scelse un tavolo in prima fila in modo da tenere sotto controllo la macchina che era piena di bagagli. Mentre stava per sedersi si accorse, con una strana sensazione di sollievo, di non essere solo. Seduti ai tavoli attorno a lui c’erano quattro uomini che sembravano camionisti, una coppia di anziani, una coppia di fidanzati e due altri signori che avevano l’aria di essere agenti di commercio. Nessuno di loro fece caso al nuovo arrivato, neanche una di quelle occhiate fugaci che si lanciano a chi entra giusto per vedere chi è.

I camionisti stavano mangiando un piatto di pasta che sembrava non finire mai; la coppia di anziani continuava a versarsi da bere a vicenda da una caraffa d’acqua; i fidanzati stavano assaporando una bistecca con la testa china sul piatto, senza guardarsi mai e gli agenti di commercio continuavano a girare il cucchiaio nelle tazzine del caffè pur avendo  la brocca da un litro di vino  piena. Nessuno di loro parlava.

Massimo fu colto da un leggero stordimento, ma fu subito ridestato da una voce squillante:

«Buongiorno. Cosa le posso servire?» chiese una signora sui sessant’anni o più, corpulenta, con i capelli raccolti in uno chignon, che doveva essere la madre dell’oste nonché cuoca della trattoria.

«Avete un menu?»

«No, il menu glielo dico io a voce»

«Benissimo, la ascolto»

«Oggi abbiamo, di primo: pasta aglio, olio e peperoncino o amatriciana o carbonara, possiamo fare spaghetti o penne. Di secondo: bistecca ai ferri, scaloppine o frittata di verdure. Come contorno insalata mista o patate fritte. Nel menu è compreso un litro d’acqua, un quartino di vino  della casa e il caffè».

«Prendo spaghetti all’amatriciana e una bistecca ai ferri con insalata. Niente vino, solo acqua. Grazie. Dov’è il bagno?».

«Benissimo. Il bagno è in fondo al corridoio sulla sinistra».

Massimo si diresse verso la toilette. Attraversò un lungo corridoio con alcuni mobili da ristorante accatastati; all’interno notò un salone  con due sedie e un tavolo. Di fronte al bagno, una scala conduceva al piano superiore, dove una volta dovevano esserci delle camere visto che, un cartello alla parete indicava “albergo”, con una freccia ormai consunta dal tempo.

Quando tornò nella zona pranzo l’uomo si accorse che al suo tavolo era arrivata la caraffa dell’acqua, un cesto di pane e il suo piatto di pasta. Prima di iniziare a pranzare, si guardò attorno e si stupì nel vedere gli altri commensali, seduti al loro posto, che stavano compiendo gli stessi identici gesti di quando era arrivato.

Dopo la pasta l’oste gli servì  bistecca e contorno. Il cibo se pur semplice era gustoso, genuino e saporito. Sarà stata la fame ad amplificare il gusto e, probabilmente, pensò l’uomo, anche la netta sensazione che  stava provando mentre mangiava, ossia di trovarsi in quella trattoria completamente solo nonostante le altre persone.

Dopo aver terminato la bistecca l’uomo chiese il caffè che gli fu servito dopo pochi istanti. Si complimentò  per la bontà delle pietanze con la signora, che nel frattempo era uscita per portarli il conto.

«Grazie – rispose semplicemente la donna abbozzando un impercettibile sorriso – desidera altro?».

A quella domanda Massimo fu assalito da una profonda inquietudine. Rispose di no perché, in realtà, non vedeva l’ora di andarsene.

Diede una banconota da dieci euro alla donna. Prima di dirigersi verso l’uscita per raggiungere l’auto, osservò per un istante gli altri commensali: erano ancora lì al loro posto a ripetere gli stessi gesti.

Salito in macchina l’uomo chiuse istintivamente le portiere con la sicura.

«Ma i mezzi delle altre persone dove sono? Quei due erano sicuramente camionisti ma il camion? E la coppia, gli anziani, i viaggiatori di commercio? Sono venuti a piedi? Dove hanno parcheggiato?».

L’inquietudine fece compagnia a Massimo fino all’arrivo dai suoi cari. Puoi quando abbraccio moglie e figli tutto svanì e gli rimase solo un vago ricordo.

«Che stupido – pensò – sarò stato stanco, ero affamato. Comunque quel pranzo è stato semplice ma buono».

Dopo essersi riposato l’uomo trascorse un piacevole pomeriggio al mare con i figli. La moglie gli preparò una cena con il pesce preso al mercato del porto.

Quella sera ospite c’era Luigi, suocero di Massimo, vedovo. La casa al mare era la sua. Quando morì sua moglie decise di donarla alla figlia in modo che i suoi nipoti potessero trascorrere l’estate al mare quando volevano.

Dopo la squisita cena a base di pesce fresco, Massimo e suo suocero si accomodarono in terrazza per il caffè.

Tra una sigaretta e l’alta i due parlavano di barche, di come fosse cambiato il turismo di quel borgo di mare rispetto a qualche decennio prima e del tempo.

Poi Massimo, senza pensarci più di tanto, confidò a suo suocero l’esperienza vissuta nella trattoria a pranzo.

Quando terminò il suo racconto Luigi lo guardò esterrefatto.

«Qualcosa non va?» chiese al suocero.

«Non so che cosa hai visto oggi – rispose Luigi – ma, se ho capito bene, io conoscevo bene quel posto. Tutte le volte che io e la tua povera suocera partivamo per venire qui al mare, ai tempi eravamo solo fidanzati e non avevamo ancora acquistato questa casa,  ci fermavamo a pranzo in quella trattoria. Spero che tu non mi stia prendendo in giro, non è da te, ma ti assicuro che quel locale fu chiuso, se la memoria non mi inganna, più di trent’anni fa e non fu mai riaperto. Era gestito dal figlio della cuoca, che aveva solo sedici anni in meno della madre ed era nato da una relazione clandestina. Ce lo confidò la signora stessa, che tra l’altro cucinava benissimo, in un momento di confidenza visto che, anche se ci fermavamo a mangiare solo durante l’estate, ci considerava clienti abituali e provava molta simpatia nei confronti di mia moglie perché le ricordava una delle sue sorelle minori».

«Ma per quale motivo la trattoria fu chiusa e non riaprì?».

Luigi sospirò.

«La notizia ci arrivò leggendo il giornale e mia moglie la prese anche parecchio male. Un mattino alcuni clienti abituali, che erano soliti prendere il caffè in quella trattoria, trovando tutto chiuso, si insospettirono e decisero di entrare a dare una controllata. Trovarono madre e figlio con la testa china su un tavolo. Sembrava stessero dormendo invece, accanto a loro, c’era una bottiglia senza etichette e due bicchieri. Quando arrivarono i Carabinieri tutto fu chiarito: i due si erano suicidati bevendo contemporaneamente un potente veleno».

Massimo non sapeva se ridere o piangere ma quella notte non dormì.

L’indomani mattina verso ora di pranzo, senza dire niente alla moglie e ai figli, lui e il suocero, con la scusa di assentarsi per una commissione improrogabile, tornarono alla trattoria.

Lo spettacolo che videro era desolante: un rudere completamente abbandonato con tutte le insegne divelte e la vegetazione selvaggia che ormai si era appropriata di tutto.

N.B. (Il racconto è basato su una testimonianza vera – L’immagine non rappresenta il luogo dove è ambientata la storia)

9 pensieri riguardo “La trattoria fantasma

  1. Nonostante il caldo anche io, come il protagonista della storia, sento freddo. Un racconto da brivido, di quelli che piacciono a me, dove una cosa normalissima come un pranzo si trasforma in un episodio terrificante. Mi hai fatto rivivere le atmosfere di The Turn of the Screw, anche se l’ambientazione è diversa.
    Ti prego scrivi un libro!

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    1. Gian Luca Marino - Storie 9 luglio 2018 — 13:41

      Grazie Silvia! Il racconto è basato su una testimonianza vera, l’ho solo romanzato un pò… Fino a ottobre sono impegnato con la stesura di due libri che, per contratto editoriale, devo consegnare… Dopo bhè…magari ci posso pensare. Comunque se avrai piacere di continuare a leggermi, il prossimo racconto d’estate sarà ambientato in una casa trovata su Booking da dove siamo dovuti scappare…E questo l’ho vissuto in prima persona. Grazie ancora

      Piace a 1 persona

      1. Mamma mia, una testimonianza vera, non ci devo pensare 😱 Allora nell’attesa del libro non vedo l’ora di leggere della casa da cui siete dovuti scappare!

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  2. Letto tutto dun fiato due volte, ho vissuto una storia simile, e il tuo racconto mi ha fatto rivivere quei momenti..

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    1. Gian Luca Marino - Storie 21 settembre 2018 — 21:11

      Ti andrebbe di racontare la tua storia?

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      1. Diversi anni fa agli inizi di dicembre una cara amica mi mise a disposizione la sua casetta in montagna, sui monti sopra le valli di Lanzo. Casetta che si trova a più di 1500 metri di altezza e dista una ventina di metri da un immenso bosco , una buona posizione per fare piccole escursioni giornaliere un un ambiente davvero incontaminato.
        Parto a meta pomeriggio da Torino , e un paio d’ore dopo ero arrivato in una piccola frazione che viene chiamata i tornetti per via appunto della presenza di numerosi e strettissimi tornanti , mi fermo.e parcheggio poco distante da un negozio che e una sorta di emporio, bar e trattoria . Prendo lo zaino dall’auto ed entro nel bar , e come mi aveca consigliato Anna consegnai le chiavi al gestore suo amico di vecchia data, il cielo era oscurato da nuvole scure e gonfie che promettevano una nevicata che la metà basta, e non e conveniente salire in auto , chiacchierai qualche minuto con il proprietario che mi diede le indicazioni per trovare la casa senza perdermi, e mi consigliò anche di affrettarmi , gli dissi che sarei tornato a prendere l’auto la domenica pomeriggio e mi incamminai, seguendo la strada sterrata stracolma di neve, avrei dovuto percorrere ancora una decina di chilometri, ma seguendo la pista che mi aveva indicato il tizio dello spaccio sarei dovuto arrivare in meno di un ora , cera ancra luce quando seguendo la pista coperta di neve entrai nel bosco , non immaginavo che la neve sarebbe stata cosi alta , troppo per consentirmi di camminare ad un passo più sostenuto, accesi la torcia frontale ma dopo oltre un’ora e mezza realizzai che mi ero perso tornai per un pezzo indietro sui miei passi spazzando a ventaglio la neve, ero uscito dal sentiero senza accorgermene a causa della neve, ormai era buio e questo risultò positivo infatti come in una vecchia fiaba scorsi due lucine quasi gialle , mi diressi quindi in quella direzione , era una casima davvero da fiaba metà in legno e metà pietra , tenuta molto bene arrivato a qualche metro dalla porta di casa incominciai a chiamare e non feci intempo a prendere il battacchio per bussare che la porta si apri e mi trovai davanti un uomo anziano ma dallaspetto vigoroso, gli spiegai dove volevo andare, mi fece entrare dentro cera una donna che stava facendo qualcosa davanti al camino , raccontai di Anna che conoscevano benissimo e la ricordavano benissimo quando era bambina, bevvi un bicchiere di vino l’uomo che mi disse che si chiamava Carlo venne fuori e mi indicò una direzione, dieci minuti e sei arrivato mi disse, salutai la moglie che aveva i capelli raccolti come una spece di tortino di treccia. Mi incamminai rincuorato e questa volta raggiunsi finalmente la casa , una vecchia casa ma tenuta ancora discretamente, dentro era decisamente accogliente con il suo grande camino, che accesi praticamente subito , mangiai qualcosa e mi addormentai sul divano di fronte al camino.
        La mattina intorno a me era tutto diverso, uno spettacolo della natura, aveva nevicato tutta la notte e le orme che avevo ladciato la sera prima erano state ricoperte.
        Trascorsi tre giorni fantastici , la domenica decisi di partire prima e fermarmi a mangiare alla trattoria del tipo a cui avevo lasciato l’auto , lasciata la casa alle spalle mi venne in mente il signor carlo con sua moglie, perche non salutarlo pensai, tanto ero di passaggio, non trovai la loro casa, passai invece vicino una casa abbandonata sicuramente da molti anni aveva il tetto sfondato da un lato la osservai e scattai anche qualche foto con la mia vecchia Agfa digitale . Infine raggiunsi i tonetti la trattoria e la mia auto , ordinai polenta e cervo e un buon vino rosso ; il proprietario mi dette le chiavi dell’auto e mi chiese come era andata e gli raccontai di come mi ero perso a causa della neve che aveva ricoperto la pista ed ovviamente della gentilezza del signor Cao e moglie …bhe li ol mio interlocutore si tolse il berrettino e si passo la mano sulla pelata … mi disse serio che da più di trent’anni, da quando i genitori di Anna si erano trasferiti giu in paese , non vi abitava più nessuno lassù, io insistetti e descrissi Carlo e la moglie, la casa e il suo interno, quando poi gli dissi il nome del tipo ” Carlo ” e della pettinatura della moglie, gli venne un coccolone e chiamò uno dei figli che stava in cucina, raccontò tutto al figlio , poi mi dusse che cinquant’anni fa viveva una coppia poco distante da casa di Anna , morirono di tifo e la casa restò abbandonata, e che proprio qualche giorno prima il figlio era passato da quelle parti .
        Feci vedere le foto che avevo fatto del rudere che avevo incontrato lungo il ritorno ed entrambi dissero che era esattamente quella la casa di Carlo e la moglie.
        Non dissi altro , mi offrirono un amaro e ripartii per Torino.
        Sono tornato molte altre volte alla casa di Anna, e sono entrato nella casetta di Carlo e di sua moglie, era quella che in cui ero entrato quella sera, riconobbi il camino il tavolo su cui la signira aveva messo i bicchieri e la bottiglia di vino.
        Anna mi disse che erano una coppia molto affiatata e che avevano una figlia con cui era rimasta un contatto, andammo a trovarla e ci mostro yn vecchio album di fotografie , inutile dire che li riconobbi ancora prima che ce li indicasse..
        Questo e tutto tengo a dire che non ho provato paura ed ogni volta che sono passato davanti a quel che rimaneva della loro casa o sempre salutato ad alta voce..

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      2. Gian Luca Marino - Storie 22 settembre 2018 — 12:11

        Grazie, una delle testimonianze in assoluto più interessanti

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      3. Scritto malissimo con il cell in modalità risparmio energetico😂

        Piace a 1 persona

      4. Gian Luca Marino - Storie 22 settembre 2018 — 14:20

        Non importa, la storia si capiva molto bene. Ti ho scritto una mail utilizzando il form del tuo blog. A presto…

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