Notturno Torino Catania

Il notturno Torino – Catania non è solo un treno, è un contenitore di storie, di intrecci di vita.

Penso che qualsiasi persona dovrebbe fare, almeno una volta, un viaggio su un treno del genere.

La prima volta che presi il notturno Torino – Catania fu nell’estate del 2006…

Partenza alle ore 18 dalla stazione di Torino Porta Nuova con auto al seguito.

Faceva un caldo tremendo e io e mia moglie, che era in gravidanza, entrammo in macchina dall’enorme cancello in ferro di via Nizza.

Tralascio le peripezie per caricare l’auto sul ponte del vagone ferroviario dove un solerte dipendente delle FS, a suon di urla e sigarette, riuscì a mettere miracolosamente in fila un numero spropositato di vetture.

Tralascio di scrivere sulla prima impressione esterna dei vagoni passeggeri che sembravano, ed erano, una ferraglia rovente sotto al sole.

Mi concentro fin da subito sul primo ricordo nitido: l’entrata nello scompartimento. Mi sembrava di essere tornato indietro negli anni Sessanta, anche senza averli mai vissuti.

I sedili erano in stoffa marrone con inserti in pelle, alle pareti del vagone e nel corridoio facevano bella mostra fotografie in bianco e nero sbiadite, che raffiguravano vari paesaggi del Nord, Sud e Centro Italia.  Quelle immagini mi ricordavano l’Intervallo Rai, mancava solo l’arpeggio.

Tutto sembrava impregnato da un odore strano che immaginavo essere prodotto da tutti quei passeggeri che negli anni avevano viaggiato su quel treno.

Ci accomodammo sulle sedute in attesa che i macchinisti mettessero in funzione la motrice per avere l’aria condizionata. Il tanto desiderato refrigerio non arrivò mai perchè, su quel treno, l’impianto di climatizzazione semplicemente non funzionava.

Dopo una decina di minuti arrivarono i nostri compagni di scompartimento e quindi di viaggio.

Si chiamavano Rosario e Angela. Lui originario di Agrigento, lei di Napoli.

L’uomo era vestito come – il classico turista che va in vacanza – con bermuda, maglietta con le maniche corte a righe orizzontali blu e marroni, scarpette da ginnastica, golfino legato alla vita e marsupio. Lei indossava un vestito smanicato a fiori e sfoggiava un paio di occhiali da sole colorati con una montatura aerodinamica che non si toglieva mai.

Rosario era arrivato carico come un mulo con tre borsoni e due enormi valigie che aveva sistemato con metodo scientifico sulle rastrelliere in alto. Era una coppia sulla sessantina e si rivelarono da subito molto cordiali e simpatici.

La gran folla sul binario di persone che si salutavano annunciava l’imminente partenza del treno che infatti, pochi minuti dopo, alle 18:10, partì lentamente da Torino con destinazione Catania.

Il caldo insopportabile era lenito dai finestrini abbassati che creavano corrente d’aria ma lasciavano entrare anche un rumore assordante di sferragliare del treno.

Quell’argomento, i disservizi delle ferrovie assieme alle immancabili previsioni meteo, servì per rompere il ghiaccio con i nostri compagni.

Rosario interloquiva con me mentre sua moglie, Angela, dispensava consigli alla mia sulla gravidanza, sul parto, sui primi anni di vita del bambino fino ad arrivare alle scuole superiori.

Scoprimmo che Rosario e Angela si erano conosciuti giovanissimi a Torino perché lui era arrivato in città per un posto nella catena di montaggio Fiat. Aveva conosciuto la sua futura moglie a casa dei parenti di lei. Il padrone di casa, suo collega in Fiat, lo aveva invitato a una festa di battesimo in cui la madrina del battezzato era proprio Angela che era arrivata per l’occasione da Napoli.

Poi si erano persi di vista per qualche mese finché, l’inverno successivo, Angela aveva trovato lavoro a Torino come portinaia e si era trasferita in città. Aveva incontrato  di nuovo Rosario durante le feste di Natale e tra loro era scattato qualcosa o semplicemente si consideravano due buoni partiti.

I due si erano timidamente frequentati durante le domeniche, uscendo a prendere il gelato, andando al cinema, ma quasi mai da soli.

Per stare un po’ soli si erano dovuti sposare.

Angela nel frattempo era stata assunta a tempo pieno, con regolare contratto di lavoro e c’erano degli anni che a Natale e Pasqua, le mance lasciate dai condomini, equivalevano a due mensilità.

Rosario si era stufato del lavoro in Fiat e con i soldi della liquidazione si era messo in proprio aprendo un alimentari in zona Santa Rita che faceva buoni affari grazie ai prodotti saporiti e genuini che l’uomo si faceva spedire dalla Sicilia.

Insomma quei due non se la passavano niente male tanto che avevano messo al mondo due figli maschi e si erano presi la casa di proprietà.

I due pargoli, dopo le scuole dell’obbligo e le superiori, si erano iscritti al  Politecnico. Anche se largamente fuori corso, i genitori erano molto fieri di loro perché, già solo il fatto che frequentassero ingegneria, era motivo di orgoglio. Prima o poi si sarebbero anche laureati.

Mentre Rosario mi raccontava la sua vita il treno sferragliava verso sud attraversando città, gallerie, paesi, pianure, colline.

Alle 20:30 passate decidemmo di mangiare. Il mio pasto era composto da due panini al prosciutto e due bottigliette di acqua.

«Tutta lì la vostra cena? – chiese laconica Angela – Lei signora deve mangiare molto di più che ha la creatura nella pancia».

Rosario con un gesto fulmineo si aggrappò alla rete portabagagli dello scompartimento e tirò giù una enorme borsa frigo dalla quale estrasse contenitori in plastica, bottiglie e termos.

Nel frattempo la moglie stava apparecchiando una piccola tavola improvvisata adagiando con cura una tovaglia sulle suppellettili estraibili del vagone.

Dai contenitori di plastica saltò fuori: insalata di riso, verdure fredde, affettati, formaggi, una frittata e pane.

«Lasciate perdere quei panini – disse con fare materno Angela – e mangiate con noi»

Non ci facemmo pregare più di tanto.

«Vi spiace se invitiamo un ospite a cena?» chiese Rosario.

L’uomo estrasse un telefono cellulare e chiamò suo cognato, che era in un’altro scompartimento.

Ci fu una cena improvvisata, con persone che conoscevamo da poche ore su un vagone ferroviario che stava attraversando in una notte d’estate tutta l’Italia. Un’esperienza piacevole, simpatica, istruttiva.

Il cognato di Rosario ci raggiunse nello scompartimento. Era un uomo molto tranquillo che sottolineò subito che viaggiava da solo perché la moglie, sorella di Rosario, lo aveva già preceduto per le vacanze in Sicilia e lui la stava raggiungendo essendo rimasto a Torino per finire alcuni lavori improrogabili patendo la lontananza dalla consorte.

Quando se ne andò Rosario mi confidò una cosa:

«Non è vero che mio cognato aveva ancora da lavorare. Ha trovato la scusa per starsene una settimana a casa in santa pace perché mia sorella, come tutte le mogli, è una rompiscatole e quello aveva voglia di riposarsi».

Angela diede un’occhiataccia al marito e tutti scoppiammo in una fragorosa risata.

Tra una chiacchiera e l’altra, qualche lettura e due o tre sigarette fumate di nascosto nei bagni come a scuola, si fece quasi mezzanotte.

Io e Rosario ci occupammo di preparare le brandine dello scompartimento per la notte.

Se ci pensate è pazzesco quello che stavamo vivendo: su quel treno non solo si condividevano storie di vita e cibo con sconosciuti ma, con queste persone, si trascorreva assieme anche un momento intimo come la notte.

Prima di metterci in branda Rosario mi disse:

«Nelle prime ore del mattino arriveremo alla stazione di Napoli e lì rubano. Quindi è meglio che io e lei ci mettiamo di guardia. Se permette la sveglio io quando entriamo in stazione».

Angela, essendo di origini napoletane, si imbarazzò per le parole del marito ma il discorso terminò.

Verso le 2:30 del mattino Rosario mi svegliò. Eravamo arrivati a Napoli ed era ora di montare il turno di guardia.

Mentre il treno caricava altri viaggiatori scendemmo sul binario per fumare una sigaretta ritrovandoci a parlare dei nostri trascorsi durante il servizio militare. Altre storie, altri aneddoti.

Il treno da Napoli ripartì verso Catania e nessuno rubò nulla negli scompartimenti.

Di mattina, quando il sole si era già alzato, iniziammo a vedere le coste della Calabria e da lontano la terra di Sicilia.

La gente si svegliava, molti esclamavano «Finalmente a casa», c’era una bella atmosfera, euforia, entusiasmo e un aroma di caffè che proveniva da vari termos sparsi tra gli scompartimenti.

Dopo le macchinose operazioni di attraversamento dello stretto da Villa San Giovanni a Messina, eccoci in Sicilia fino a giungere  alla stazione di Catania.

Salutammo affettuosamente Angela e Rosario con la promessa di rivederci a Torino. Non li abbiamo mai più rivisti.

Quella notte su quel treno c’era l’Italia.

Questo racconto è stato inserito in un capitolo del mio libro 👇

Sulle Tracce di Majorana – Diario di Sicilia

2 pensieri riguardo “Notturno Torino Catania

  1. Grazie per questo racconto,
    persone che poi chissà perché non si vedono più,
    ma che bello condividere certi momenti,
    sembrava quasi una casa, viaggiante 🙂
    🙂

    Mi piace

    1. Gian Luca Marino - Storie 7 luglio 2018 — 19:01

      Grazie a te per averlo letto e per aver colto il suo significato. Sì…praticamente era una casa viaggiante…

      Piace a 1 persona

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