L’uomo con tatuata sul braccio la data delle propria morte

Caro lettore, una delle cose che più mi appassionano è cercare e leggere storie al limite dell’incredibile.

Questa è una di quelle…

Può esistere un uomo che ha tatuata sul braccio la data della propria morte e il nome della persona che l’ha ucciso? Sì, ed è una storia vera successa a Torino con tanto di verbali della Polizia.

Una storia successa in un lontano autunno torinese, negli anni Sessanta…

Il fatto, assolutamente incredibile ma vero, è stato raccontato da un giornalista, Ito De Rolandis della Gazzetta del Popolo e riportato su due sui libri: “Cronache dell’impossibile” dove è il capitolo di apertura e  “Misteri Fatti Incredibili ma veri all’ombra della Mole”. Due volumi ormai praticamente introvabili dei quali conservo gelosamente una copia per libro.

È una storia che vi voglio raccontare. Ma prima devo fare una piccola premessa che riguarda i libri, via Po e Torino.

Era un mattino d’autunno. Mi trovavo in via Po a Torino a gironzolare per le bancarelle dei libri usati. Nella vetrina di una libreria, tra centinaia di volumi, ha attirato la mia attenzione la prima delle pubblicazioni citate.

Dopo averla letta sono riuscito a scovare, non senza difficoltà, anche l’altro titolo con ancora il prezzo in lire.

Tra le tante storie di quelle avvincenti pagine, la seguente è quella che mi ha colpito di più. E’ la storia di una morte, una morte annunciata…

“Gli ippocastani che segnavano corso Massimo d’Azeglio a Torino – racconta Ito De Rolandis – perdevano le foglie e sul Lungo Po si respirava l’aria di un autunno precoce”.

La facciata principale delle Molinette guardava verso corso Bramante. La porta del Pronto Soccorso era sulla sinistra, alla cima di una lieve rampa, una sorta di portone entro il quale accedevano le autoambulanze. Entrammo da lì”.

Inizia così il racconto del giornalista torinese. Un professionista serio abituato alla Cronaca Nera, ai rapporti complessi con le Forze dell’Ordine, con i marescialli dei Carabinieri e gli ispettori della Polizia. Un cronista schietto, genuino. Sicuramente non facilmente impressionabile.

“Nella stanza c’erano l’agente di Polizia, un’infermiera ed il custode che aveva telefonato raccontandoci l’accaduto. Erano tutti attorno alla barella: un lettino di metallo ridotto all’essenziale sistemato al centro sotto ad una lampada. La luce era concentrata sul morto. Questi era avvolto in un lenzuolo bianco. Solo la testa era scoperta”.

Nel  pronto soccorso si trovavano il giornalista, il suo fotografo, il personale del e gli agenti di Polizia.

Sembrava una normale serata di routine di cronaca nera, ma non era così.

“Abbiamo telefonato – disse il poliziotto – perché è senza documenti. Deve essere un tipo losco, quello, un galeotto. Pubblicando la fotografia sul giornale può darsi che qualcuno lo riconosca”.

Insomma, quella sera ognuno faceva il proprio lavoro: il giornalista annotava, la Polizia tentava di capirci qualcosa, il fotografo scattava.

Poi però…

“Quello che era sulla barella era un uomo di cinquant’anni, coi capelli neri come il carbone, ricciuti, il naso aquilino, le labbra spesse, pronunciate”.

Com’è morto?

“Di incidente stradale, così ha detto chi lo ha portato. Ma era un automobilista di passaggio. Non ha saputo dare tante spiegazioni. Pioveva, ha visto poco”

E poi quei mostri tatuati su tutto il corpo.

“I mostri erano tatuati su tutto il corpo, mostri e donne nude”.

Poi qualcuno si accorse di un tatuaggio che a prima vista poteva essere tra i più banali ma che celava una realtà  sconcertante.

“Guarda qui. C’è anche una scritta sul braccio sinistro. All’altezza del polso si leggeva  M.T. GAY. E sotto 1.11.62”

E qui inizia l’incredibile.

Entra in scena una donna, la moglie del defunto.

“E’ qui che hanno portato mio marito?”

“Mio marito è carpentiere, Questi tatuaggi li ha fatti in Australia dove era andato a lavorare prima della guerra. Ci siamo sposati nel 1951. In Australia, mi ha detto mio marito, si usava fare questi tatuaggi”.

Il caso sembrava risolto, un caso di cronaca come tanti. Un morto per un banale incidente stradale. Per il giornale nulla di rilevante, semplice routine, meritava un taglio basso a due, venti righe magari senza foto.

Ma entra in scena un’altra donna.

“Stavamo avviandoci verso l’uscita quando arrivò l’auto della Polizia Stradale. Calarono il brigadiere D’Alpino e l’agente Cauda. Quest’ultimo aprì la portiera posteriore e diede una mano ad una giovane donna bionda, minuta”.

“L’uomo è morto”

“Ma roba da matti”

“Perché?”

“Perché la 500 che guidava costei ha un’ammaccatura che neppure si vede”.

“Il morto – raccontò al giornalista il brigadiere – era stato al cimitero di Pianezza. Era uscito dal camposanto e aveva l’ombrello aperto. Ha attraversato la strada, fuori dalle strisce pedonali, in un punto non illuminato, era vestito di scuro. La ragazza era sulla sua 500. Quando lo ha visto gli era già addosso”.

“Come si chiama la ragazza?”

“Ha detto Maria Tersa Gay di anni 23”.

“Ma sta scherzando?”

“No, e chi è questa qui? La figlia del sindaco?”

“Non so di chi sia figlia, ma il suo nome è scritto sul braccio del morto”.

“Sul braccio di chi?” scattò il brigadiere.

Il cronista Ito De Rolandis invece di perdersi in mille spiegazioni fece vedere il tatuaggio sul braccio del morto al brigadiere: M.T.GAY 1.11.62

“Ma oggi quante ne abbiamo?”

“Oggi è il primo novembre 1962”

I poliziotti interrogarono la povera Maria Tersa Gay: non aveva mai conosciuto prima di quel giorno l’uomo. Lo aveva ucciso con la sua auto   nel corso di un banale sinistro stradale ed era profondamente sconvolta da questa tragedia.

Viene risentita la moglie del Navarro ma non emersero nuovi elementi.

Sia Ito De Rolandis che il brigadiere della Stradale erano incuriositi.

“Perché la mia storia è pazzesca?” chiese ingenuamente Maria Teresa Gay, impiegata alla Sip al turno 34, al giornalista scambiandolo per un poliziotto.

“Perché l’uomo che lei ha travolto e ucciso aveva inciso sul braccio il suo nome signorina e la data di oggi. Capisce’ da almeno 12 anni quell’uomo portava con sé la data della propria morte e il nome di chi lo avrebbe ucciso. Il suo!”.

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